Spesso la conoscenza è potere e possibilità. Potere di fare la scelta giusta e possibilità di essere consapevoli di dove si sta andando. La psicologia è una disciplina che storicamente nasce dalla filosofia. Possiamo affermare che si emancipa definitivamente da questa nel 1879 con il primo laboratorio di psicologia sperimentale di Wundt a Lipsia.
Dopo tanti studi, esperienze e grandi personalità sul campo di estrazione medica, fisiologica, psichiatrica (es. Freud, Jung, Pavlov, Piaget, ecc.) la psicologia comincia a comporre il suo metodo (o meglio i suoi “metodi”), il suo linguaggio, i suoi contenuti. I primi corsi universitari, in Italia, risalgono al 1971 presso l’università di Roma ed Padova.
Da quel momento in poi la disciplina si arricchisce di molte conoscenze, esperienze e risultati tanto da avere ampliato tantissimo lo sviluppo di nuovi campi d’indagine (neuroscienze, scienze cognitive, ecc.). Recentemente sono nate delle discipline che definisco “surrogato” della psicologia, ovvero che poiché dell’individuo umano trattano, non sono psicologiche ma che tendono a confondersi con lo sono. Sto parlando del mental coaching, del life coaching, ecc., discipline che non possono essere considerate psicologiche anche se si presentano come integrate al proprio ambito e non portano a creare confusione con risultati altrettanti dubbi. Purtroppo, a volte, le persone non conoscono le differenze e si possono affidare ad un life coach credendo che sia esattamente identico ad uno psicologo. Entrambi, psicologo e coach, si occupano della crescita, motivazione e raggiungimento di obiettivi ma lo fanno in modalità diverse.
La psicologia è un ambito di studio accademico, che dura anni, composto di tirocini e un esame di Stato ed inserita nelle professioni sanitarie (con l’obbligo continuo di aggiornamenti: ECM, educazione continua in medicina); tutto il resto (coaching, motivatori, ecc.) non è disciplina e inserito nell’albo* sanitari*, non prevede una formazione universitaria e specifica. A volte le azioni del mental coach appaiono, molto frequentemente, anzi (fra) stereotipate, prescritte, fornite di strumenti che non tengono conto dell’individuo nella speranza che sia quest’ultimo ad adattarsi ai vari cliché e non viceversa. Lo psicologo, di contrario, non ha ricette precostituite: il lavoro nasce dal lavoro relazionale che avviene durante il colloquio, dove si vanno ad osservare e indagare gli stati di malessere o le parti delle risorse interne dell’individuo. In sintesi, due approcci molto differenti, che non devono mai essere confusi ma da qui vanno valorizzati.
La psicologia agisce in un livello profondo del sé, sulla motivazione, resilienza, disagio e benessere. Non è un caso che i campi di applicazione della psicologia siano: la clinica, il lavoro, ecc. mentre il coaching solo nell’ambito del benessere. L’approccio psicologico parte dal riconoscimento dell’utenza. Se si vuole riferirsi a qualsiasi professionista esterno bisogna accertarsi di quale professionista sia. In alcuni casi, ad esempio, è possibile anche che le due cose non siano in contrario. In altre parole: una persona può essere psicologo e anche mental coach ma è necessario, di diritto, iscriversi ad un albo e dichiarare la propria formazione ed esperienza per fare chiarezza e trasparenza ed evitare improvvisazioni prive di standard qualitativi.