Nella società odierna lo Zeitgeist appare imporre sempre più il raggiungimento di continui obiettivi in tutte le aree di vita che naturalmente occupiamo: nel lavoro, in famiglia, nello sport, nella scuola. Sembra essere una tendenza sociale che si manifesta in una certa cultura (o subcultura?) dell’“essere vincenti” che sempre più cancella, o non ammette, il concetto di errore.
Il paradigma odierno del “vietato sbagliare” appare presente in una spirale psicologica nella quale continuiamo a imbottirci di impegni con un alto grado di competizione. In questo contesto nasce anche la convinzione che l’errore non è umano, che in ogni sfida l’errore non è ammissibile e che sbagliare diventa sinonimo di “perdente”. Anche molti modelli educativi assumono questo orientamento e la necessità di non fallire diventa un assunto, un mantra che dovrebbe proteggere i propri figli (futuri adulti) in una sorta di gabbia protettiva. Se a tutto questo osserviamo anche un narcisismo sempre più diffuso il concetto di errore sembra sparire dal nostro orizzonte culturale con potenziali, aggiungo io, effetti devastanti.
Nello sport (come nella vita) togliere di mezzo il concetto d’errore priva l’atleta di un grande fattore di sviluppo e miglioramento e fa, spesso, nascere in lui disturbi derivanti da ansia da prestazione. Infatti, pensarci come macchine perfette aiuta solo a far crescere frustrazioni più o meno intense senza comprendere l’evidenza che gli errori fanno semplicemente parte indissolubile del nostro “essere umani”. Nietzsche pensava l’errore come una sorta di terapia naturale contro il delirio di onnipotenza in cui rischia di cadere l’uomo tutte le volte che si percepisce invincibile (Casagrande, 2015). Per cambiare prospettiva riguardo il grande valore del fallimento bisognerebbe comprenderne le sue funzioni e potenzialità.
Attraverso gli errori riusciamo ad essere consapevoli dei nostri punti di forza e dei nostri limiti, a cui dedicheremo spazio e risorse per ridurli o eliminarli. In altri termini, comprendere i nostri limiti ci dà la grande possibilità di superarli e migliorare così la prestazione.
Gli errori sono insiti in qualsiasi attività che svolgiamo. Essi ci aiutano a progredire in quanto ci stimolano a trovare nuove soluzioni per superare un ostacolo, senza nessun elogio del “fallimento fine a se stesso”. È proprio attraverso gli errori che ogni atleta cresce nel suo percorso sportivo (Arisci, 2020).
Una recente ricerca scientifica pubblicata sul Journal Cognitive Neuroscience dimostra che impariamo più dagli errori che dai successi. Infatti, l’effetto “sorpresa” sollecitato dall’errore facilita e rinforza l’apprendimento (Erba, 2017). Secondo gli studiosi dell’Università John Hopkins la “macchina didattica del cervello impara sbagliando” (Ghianda, 2018). Possiamo quindi definire il “passo falso” come facilitatore del processo di apprendimento poiché fa riflettere e ci dà nuovi stimoli per fare meglio (Bevanati, 2021).
Da questa breve rassegna sulla grande funzione dell’errore potremmo dedurre che sia un evento da accettare più che da condannare o evitare. In altre parole, bisognerebbe accogliere lo sbaglio, senza reagire con rabbia e rancore, perché ci dà la possibilità di lavorare per crescere e migliorare. Ovviamente, come dico sempre, questa riflessione riguarda lo sport ma lo stesso, in molti suoi aspetti, ricalca le dinamiche della vita quotidiana.
Come affermava Aristotele: “Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.”