COME GESTIRE GLI ATTACCHI DI PANICO NELLO SPORT

COME GESTIRE GLI ATTACCHI DI PANICO NELLO SPORT

Lo sport è un importante veicolo di benessere e di crescita ma, se male interpretato dall’atleta o mal gestito dall’allenatore può diventare una concausa nella nascita di disturbi psicologici. Prendiamo, per esempio, l’ansia e l’attacco di panico: la pratica dello sport può supportare la loro riduzione o esserne anche la ragione.

Di per sé l’ansia non è una manifestazione patologica. Essa ha sempre avuto una funzione adattiva di sopravvivenza individuale poiché dà la possibilità di allertare rapidamente l’individuo al fine di fronteggiare o di innescare specifiche risorse psicofisiche per far fronte al problema (Sannavio, Cornoldi, 2010).

Diventa un disturbo quando si manifesta senza un apparente motivo e si può accompagnare al cosiddetto attacco di panico (per semplificare, una esternazione di paura, intensa, opprimente e di breve durata). In presenza di un disturbo d’ansia correlato anche ad attacchi di panico l’esercizio fisico può essere di supporto alla loro riduzione. Lo sport in questo senso può aiutare l’individuo. Sembra che l’attività fisica aerobica regolare (corsa) abbia un’efficacia superiore al placebo per quel che riguarderebbe il trattamento del disturbo di panico (Wedekind et al., 2010). Un altro studio ha evidenziato come l’esercizio fisico sia associato a un significativo miglioramento dei pensieri disastrosi connessi agli attacchi di panico (Hovland et al., 2012).

Altri studi hanno registrato un’attenuazione della sintomatologia in soggetti affetti da disturbi di panico attraverso la partecipazione ad un programma di cardiofitness, dove non solo si esaltano anche gli effetti positivi nell’aumentata interazione sociale tra i partecipanti (Ströhle et al., 2009; Esquivel G et al., 2008). Ma lo stesso sport se inteso anche diversamente e non ben gestito psicologicamente può diventare un fattore ansiogeno tossico; se fatto principalmente per motivi esterni (es. ricerca della prestazione, pressione da aspettative di allenatori, genitori, da compagni di team o per rispondere a standard interiorizzati da parte dell’atleta o per accontentare modelli estetici, sociali, ecc.), con molte ore di allenamento e con pochi periodi di recupero, potrebbe portare ad un’assenza di divertimento e sviluppare stress.

Quest’ultimo, a cascata, può innescare disturbi d’ansia che potenzialmente potrebbero sfociare in attacchi di panico. In queste situazioni spesso sono coinvolti allenatori più interessati alla prestazione (e ad accrescere il prestigio del proprio team) che alla soddisfazione delle necessità e bisogni dell’atleta. Un esempio recente è stato il ritiro di Simone Biles, plurimedagliata ginnasta statunitense, che alle Olimpiadi di Tokyo ha deciso di non esibirsi a corpo libero perché troppo stressata dalla pressione psicologica della gara. In conferenza stampa dichiarò: “dovremmo essere qua fuori a divertirci, e alcune volte, questo non succede” (Chinaia, 2021).

Inoltre, alcune di queste condizioni innescano inevitabilmente fenomeni del Drop out (abbandono precoce di un’attività sportiva – In Italia lo subiscono il 30% dei giovani tra i 13-16 anni). Per prevenire questi fenomeni lo psicologo dello sport potrebbe essere di supporto nel coinvolgere, in specifiche attività psicoeducative, i genitori (tramite una formazione specifica sul ruolo), gli allenatori (nella conoscenza di aspetti neuropsicologici e relazionali dell’atleta) e i dirigenti, promuovendo una corretta cultura dello sport centrata sulla persona e non solo alla gestione economica di una società (Morelli, 2020).

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