In ambito sportivo (come in molte altre aree della salute), anche grazie agli studi di psicobiologia, si è raggiunta la consapevolezza che mente e corpo costituiscono una unità: uno influenza l’altro in maniera reciproca (Colligan, 1986). In questo senso l’allenamento non è più solo indirizzato al miglioramento delle capacità fisiche. L’atleta, o la squadra, per raggiungere alti standard di prestazione, e di benessere, dovrà implementare le abilità mentali dato che l’aspetto fisico è parte integrante di queste ultime. Attualmente, per ciò che riguarda l’aspetto cognitivo, esistono due figure sempre più presenti nel mondo dello sport: lo psicologo dello sport e il mental coach. Spesso si usa intercambiare queste due professioni credendole equivalenti e generando, di conseguenza, confusione rispetto ai ruoli. Vediamo quali sono gli elementi in comune e quali le differenze di queste due figure.
Il mental coach è una persona formata in ambito extra universitario con percorsi didattico-temporali molto ridotti rispetto allo psicologo dello sport che ha una lunga preparazione universitaria, post-universitaria (master) e un esame di Stato che lo abilita alla professione. Entrambi lavorano con gli atleti o con le squadre. Lo psicologo prima di lavorare con gli individui ha studiato tutto ciò che riguarda la psiche dell’essere umano in tutti i suoi ambiti (la strutturazione del sé, le sue funzioni psicologiche, il ruolo dell’ambiente, ecc.).
Il mental coach ha invece formato attraverso una scuola di coaching. È un facilitatore di processi, un motivatore che basa gli interventi attraverso protocolli che derivano dalla scienza psicologica.
Il mental coach si orienta su fattori esterni ed obiettivi tangibili, sul migliorare l’autoefficacia per performare conseguentemente, stimolando risorse interne e auto-motivazione (Cantone, 2021). Lo psicologo, oltre a questi aspetti, considera anche l’unicità della persona, la relazione con sé e con gli altri e all’esercizio fisico inserisce tutti i fattori di protezione e di promozione della salute, dalla ricerca clinica e dalle neuroscienze. Inoltre, se nella visione tradizionale lo psicologo si occupava solo del disagio psicologico, oggi, invece, si parla di benessere e di crescita personale e professionale.
Lo psicologo non si occupa, come viene spesso detto e nel senso comune, solo ed esclusivamente dei disturbi e delle malattie psicologiche.
Lo psicologo trasmette tecniche scientificamente testate che diventano competenze ad uso dell’atleta o della squadra. Tra le tante attività (gestite ad hoc rispetto ai casi) ci sono ad es. sviluppo della motivazione, gestione dello stress e ansia da competizione (es. attraverso il training autogeno), tecniche di visualizzazione (per migliorare aspetti tecnici), gestione e recupero degli infortuni, la corretta gestione di dinamiche di squadra (rafforzamento della coesione, della cooperazione, la leadership, miglioramento delle tecniche di comunicazione e della squadra, ecc.).
Il mental coach, non essendo uno psicologo non ha gli strumenti per usare test psicologici né possiede le abilità necessarie per individuare e tanto meno trattare eventuali disagi o disturbi psicologici presenti.
Lo psicologo esperto in psicologia dello sport può lavorare fianco agli atleti, degli allenatori, dei dirigenti e dei genitori sulle variabili psicologiche che influenzano la prestazione e la motivazione (Montesi, 2021).
Il mental coach si occupa dell’area strettamente atletica e del miglioramento della prestazione in ambito sportivo. La sua azione però è limitata e compressa in quella della motivazione e delle risorse in ambito sport.
In tal modo potremmo affermare che lo psicologo può fare anche il mental coach nello sport, mentre un mental coach non è, e non sarà mai, uno psicologo dello sport.