Nel 1975 lo psicologo di origini ungheresi Mihaly Csikszentmihalyi, nell’ambito di alcuni suoi studi sulla creatività e sulla felicità, estrae un concetto molto importante relativo sia allo sport che al lavoro. Egli si accorse che, alcune volte, individui impegnati in una qualche attività prestazionale di tipo agonistica o lavorativa producono degli ottimi risultati, mossi da una sorta di trance dove tutto (movimenti, strategie, applicazioni, ecc.) appare riuscire ottimamente. Lo psicologo ungherese definì questo periodo “stato di flow (stato di flusso)” o semplicemente flow. In psicologia il “flusso” è definito come uno stato di coscienza in cui l’individuo è completamente immerso, focalizzato e coinvolto in una specifica attività. La mente e il corpo appaiono in perfetta sintonia. In questo stato tutto appare scorrere (da cui il termine “flusso”) in una ideale armonia e assoluto controllo in ciò che stiamo effettuando con conseguente massima gratificazione e positività percepiti (Costantini, 2023).
Lo stato di flow può essere espresso non solo nel lavoro, nello sport, nell’arte, in una conversazione o in una relazione, ma in tutte quelle situazioni che impegnano il soggetto e si traducano in un alto livello di performance con il raggiungimento di un obiettivo. Csikszentmihalyi definisce sette fattori determinanti nello sviluppo dello stato di flusso. In primo luogo, la chiarezza degli obiettivi e la ricezione di un feedback immediato (comprendere ciò che facciamo è fondamentale);
In secondo luogo, concentrazione intensa e focalizzata solo su un’attività specifica; il multitasking è una falsa credenza poiché sottrae risorse utili per eccellere in un lavoro. La fallibilità di quest’ultimo concetto risponde, in un certo senso, all’idea di razionalità limitata di Herbert Simon (1991). Il terzo fattore è rappresentato dal giusto equilibrio tra le competenze possedute dall’individuo e il grado di difficoltà dell’attività. Il compito, per l’individuo, non dovrebbe essere né troppo difficile – una eccessiva difficoltà può generare ansia – né troppo facile – in questo caso si potrebbero innescare stati di noia.
Il quarto fattore è rappresentato dal senso di padronanza personale e controllo sul tipo di attività. L’individuo deve percepire un certo controllo su ciò che sta effettuando per essere efficace ed efficiente (Bandura, 1971). Il quinto fattore è rappresentato dall’immersione totale nell’attività e l’ultimo elemento è la percezione di una esperienza altamente gratificante (Martins, 2021).
Dal punto di vista neurologico il flow si innesca attraverso quella condizione definita “ipofrontalità transitoria”, ovvero nel cervello vi è una parziale disattivazione della corteccia prefrontale. La corteccia prefrontale è la sede di funzioni superiori: il senso di sé, della propria esistenza, lo sviluppo di strategie, ecc. La sua disattivazione, anche parziale, ci fa perdere la cognizione spazio–temporale e scompaiono effetti limitanti come l’ansia da prestazione oppure la paura del fallimento. Il nostro ego insieme alla nostra autoconsapevolezza si mettono da parte e l’individuo è solamente concentrato ad usare al meglio ogni risorsa disponibile per svolgere un specifico impegno (Grinello, 2021).
Per concludere, il flow appare sorgere dall’interesse e la passione che dovrebbe suscitare l’attività. In altre parole, l’individuo effettua al meglio una mansione da una motivazione assolutamente intrinseca.