l recente Pride di Bolzano sollecita, a mio avviso, una riflessione sui concetti di normalità e diversità e su come questi possano influenzare gli atteggiamenti, i comportamenti e le relazioni di ogni individuo all’interno della società. L’idea di “normalità” è un prodotto culturale (creato dall’uomo) e derivato dal latino norma, un sostantivo che indica la “regola” (mezzo per misurare gli angoli retti) da cui proviene il termine normans, ovvero “perpendicolare” o “retto” (latteseditoti.it). In tal senso possiamo affermare che l’idea di normalità è strettamente connessa a concetti quali esattezza, regolarità, logica, equilibrio, ecc.
Quando, invece, pensiamo all’idea di diversità, che appare semanticamente lontana dal primo concetto, emerge spesso una condizione opposta ovvero “non più normale”. A questo punto, infatti, l’idea di normalità viene percepita quasi istintivamente come un concetto di “giusto” e come una tendenza di pensiero maggioritario. Al contrario, la “diversità”, per contrasto, assume le fattezze di un concetto minoritario e spesso viene percepita come un’idea negativa (perché si discosta dalla norma). Attraverso questi assunti, molte persone consolidano i propri schemi mentali e la “normalità” diventa un punto di riferimento (positivo) che guida i loro atteggiamenti e comportamenti. Al contrario, la diversità potrebbe diventare, per contrasto, qualcosa da cui allontanarsi, qualcosa di “non normale” (negativo). Per la psicologia, il concetto di “normalità” applicato alla persona non ha un valore assoluto, perché ogni individuo esprime la propria natura intrinseca e la propria “diversità” strutturale, che lo distingue dagli altri e gli permette di realizzare un sé unico e originale. Alcuni individui, per ragioni diverse (influenza sociale della cultura di appartenenza, condizionamento dei mass media, suggestioni religiose superficiali, conformismo o ideologie politiche), sono estremamente rigidi riguardo al concetto di “normalità” e considerano come errato tutto ciò che si discosta da esso. Tutto ciò genera stereotipi e giudizi generalizzati. In pratica, l’etichetta “diversi” in uno stato di scarsa autoconsapevolezza e scarsa apertura mentale, in alcuni individui, si trasforma in senso di colpa. La realtà scientifica e storica, però, afferma il contrario. Dal punto di vista genetico, è la diversità a svolgere un ruolo fondamentale nell’evoluzione della specie.
La “diversità”, sotto varie forme, ha sempre contribuito alla creazione di grandi opere culturali, artistiche, scientifiche e politiche. Per citare solo alcuni personaggi famosi del passato, etichettati come “diversi”, ricordiamo Alan Turing, omosessuale, che con il suo genio costruì la macchina che decifrò il complicatissimo codice Enigma del Terzo Reich; le opere immortali di Caravaggio, Van Gogh, Ligabue, Munch e altri artisti ritenuti mentalmente instabili; o ancora John Nash, premio Nobel per l’economia e autore della teoria dei giochi; il filosofo Nietzsche, che visse con problemi neurologici, o la poetessa Alda Merini, che trascorse molti periodi della sua vita in manicomio.
La diversità, nelle sue molteplici forme che i ferventi moralisti identificano con pazzia, emarginazione, “stranezza”, queer, ecc., è solo una diversa interpretazione che ogni individuo sviluppa nel proprio rapporto con gli altri e con il mondo. In ultima analisi, la diversità non è devianza, ma una nuova possibilità per il genere umano. In questo senso, riprendo una citazione di E. Patrizi (2018): “homo homini donum”, l’uomo deve essere un dono per l’altro uomo, al di là di pregiudizi e stereotipi.